Il Coraggio della Lungimiranza

C’è un aspetto che differenzia il vero politico dal semplice populista: la lungimiranza. La lungimiranza di guardare al futuro, di guardare al benessere collettivo senza curarsi del riscontro elettorale a breve termine, senza curarsi di rincorrere ciò che le folle aizzate dagli avvelenatori di pozzi vorrebbero, senza curarsi degli strepiti strumentali delle opposizioni, pensando solo ed esclusivamente alle ricadute positive delle proprie scelte, anche se queste saranno lontane nel tempo. La politica vera si fa così, e solo pochi, pochissimi eletti seguono questa strada, perché è una strada che non paga, che non preserva la poltrona soprattutto nel breve.

Quando un progetto è rivoluzionario incontrerà sempre la resistenza delle masse, delle lobby e delle clientele, solo i più illuminati e ottimisti saranno capaci di vederne il punto di arrivo finale, ma questo non deve far soprassedere il bravo politico dal percorrere tale strada.


Si potrebbe fare qualsiasi esempio, dalla riforma delle pensioni a quella del lavoro, in questo caso però mi interessa focalizzarmi su di noi, sul nostro territorio e su una scelta che da mesi anima il dibattito: la regolamentazione locale della sosta.


Lo ammetto, il piano sosta rompe le palle anche a me, parcheggiare liberamente ovunque è comodo, ma purtroppo non è efficace. Abitiamo nella pianura padana, non nell’Outback canadese e gli spazi da noi sono pochi e le persone tante, abbiamo bisogno di una regolamentazione che disciplini l’uso degli spazi comuni. Regolamentare significa porre delle regole di buon senso e rispettarle è certamente oneroso in termini di libertà d’azione, ma la libertà, come l’energia senza briglie è il caos, l’entropia. Un mondo caotico è inutile e più scomodo di un mondo regolato, a patto che lo sia ragionevolmente.


La vera domanda è quindi: la regolamentazione della sosta ha senso? Quali sono i benefici e quali gli svantaggi? Cosa fanno le altre città?


Il piano sosta si basa su tre grandi pilastri: la città l'uomo e l’ambiente.


La città perché è innegabile che San Donato si trovi in una posizione di rilievo nell’ hinterland milanese, si potrebbe quasi affermare che sia parte di Milano stessa. La presenza sul territorio di numerosi snodi comunicativi (metropolitana, treno, tangenziali e A1, Rogoredo, Linate) e di numerose grandi aziende e servizi (Policlinico, Eni, Saipem, BMW, INPS e altre) rende la città un punto nevralgico di approdo o passaggio per tutto il sud est di Milano. Questo comporta ovviamente un grande traffico di attraversamento e una grande richiesta di parcheggi a breve e lungo termine, per chi si ferma a lavorare in città o per chi semplicemente la usa come trampolino verso Milano. Ne consegue che la domanda di parcheggi è enormemente superiore alle disponibilità di suolo pubblico, causando un pesante disservizio alla cittadinanza che si vede sottratta le postazioni vicine ai punti nevralgici.


Per ovviare a questo problema è necessario scoraggiare la sosta nelle zone calde senza però impedirla completamente, permettendo a chi ha realmente necessità di parcheggiare in quei luoghi di poter trovare dei posti liberi. Ad esempio, se tutti i residenti attorno a un ospedale lasciassero la macchina in strada, i fruitori del servizio si troverebbero poi impossibilitati al parcheggio; lo stesso vale per i punti di interscambio dei trasporti e gli altri servizi al cittadino. La soluzione a questo problema è la rotazione; si pensi che in alcune città come San Francisco, per garantire la continua rotazione dei veicoli in sosta, viene adottata una tariffa variabile basata sul riempimento degli stalli, più esso è alto più la tariffa sale, portando così l’utente a evitare una sosta non necessaria in una zona molto richiesta e quindi molto cara. Le logiche di mercato funzionano anche con i parcheggi.

I due pilastri del sistema a pagamento consistono quindi nel rendere il meno appetibili possibile le aree più richieste e allo stesso tempo favorire la rotazione rendendo meno conveniente le soste di lunga durata; il risultato è una continua disponibilità di stalli liberi.


Questa scelta si porta dietro anche un fondamentale cambio di paradigma nella centralità del trasporto, con diretti risvolti sull'ambiente e sulla salute: a essere centrale non è più il veicolo, ma la persona. Rendere meno comodo l’uso dell’auto porta il cittadino a preferire altri metodi di spostamento molto più sostenibili: il trasporto pubblico locale, la bicicletta o le proprie gambe. Questo riduce enormemente il traffico veicolare con innegabili miglioramenti della qualità dell’aria e della congestione stradale, favorendo ed ottimizzando l’utilizzo del TPL (Trasporto Pubblico locale) rendendolo più rapido ed efficiente.


Qualcuno potrebbe obiettare, secondo la logica della deregolamentazione, che lo Stato non è tenuto a scegliere e imporre cosa sia meglio per il cittadino, ma questa obiezione sfocia nel concetto di egoismo sociale: è chiaro che ognuno di noi potrebbe avere uno stile di vita totalmente disinteressato e avulso dalle conseguenze che esso porta con sé, ma ciò porterebbe a una deleteria spirale autodistruttiva dell’ambiente e dell’uomo. Non voler accettare questa lettura, oltre che miope è anche scientificamente (e quindi ragionevolmente) inaccettabile, poiché è ormai dimostrato che il nostro pianeta non è adatto a sopportare l’attuale popolazione e i relativi ritmi di consumo delle risorse.


A riprova di ciò molti stati e molte città si stanno muovendo verso una progettazione del futuro sempre più sostenibile e attenta all’ambiente e alla persona, ne è un vicino esempio Milano, che nei suoi progetti raccolti in “Milano 2030” punta a una drastica riduzione dell’inquinamento sia domestico che veicolare e industriale. Non casualmente, per l’inquinamento veicolare, la soluzione è stata l’allargamento delle ZTL anti-inquinamento e della sosta a pagamento. Noi vogliamo continuare a inseguirlo il cambiamento o vogliamo essere in prima linea se non addirittura anticiparlo?


In questa fase non mi interessa nemmeno mettere in luce la banalità di un’argomentazione che rifiuta di entrare nel merito di questa scelta politica, per fossilizzarsi su questioni superficiali, al fine di costruire slogan propagandistici utili ad attrarre un facile consenso. È del tutto evidente che a nessuno piaccia pagare, ma forse esistono delle ragioni che spingono un’amministrazione a fare scelte impopolari. In generale le tasse servono a garantire un servizio (di welfare solitamente); in questo caso permettono sia la fruibilità del parcheggio, sia, con i proventi della gestione, il miglioramento della mobilità pubblica e di quella sostenibile. L’euro messo nel parcometro è un euro usato per allungare l’orario dell’autobus alla sera o per aggiungere una corsa alla domenica, per tracciare una nuova pista ciclabile, per finanziare una nuova stazione di bike sharing e soprattutto per investire in sicurezza stradale.


Certo, non tutti saranno d’accordo con questa visione del domani, però a San Donato e a Milano il risultato elettorale ha confermato innegabilmente che chi ha sostenuto i temi ambientali è stato premiato, quindi questa è la scelta dell’elettore ed è giusto mantenere la promessa, la quale era inserita nel programma. Trovo perciò abbastanza pretestuose le richieste di referendum su una decisione derivante da un impegno già sottoposto precedentemente al parere democratico degli elettori e che in ogni caso potrà di nuovo essere oggetto di scelta tra pochi anni con le prossime elezioni. Senza dimenticare che a questo si aggiunge da un lato l’inammissibilità costituzionale di una consultazione riguardante materia tributaria o di bilancio (nessun comune italiano ha infatti mai fatto un referendum sulla sosta a pagamento) e dall’altro lo scontato risultato che essa avrebbe.

Concludendo, se vogliamo guardare al domani, alle generazioni future, all’ambiente e contemporaneamente vogliamo guardare al presente e alla vivibilità della nostra città, per quanto sia per certi aspetti svantaggiosa, questa è la scelta giusta. Sono anche confidente che, quando tra qualche anno ne avremo toccato con mano i vantaggi, saremo contenti di aver intrapreso questa strada o in alternativa potremo dire ai nostri figli e nipoti di averci provato. Un mondo migliore è possibile, ma bisogna volerlo e costerà fatica.

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